
In un mondo sconvolto da guerre permanenti, dominato da autocrati e big-tech, con la forza che prende il sopravvento sul diritto e spesso sulle ragioni stesse dell’ umanità, l’Europa è sotto attacco.
I modelli di vita, di democrazia, libertà, di benessere, di diritto, di pace e di cultura, sono messi in pericolo dalla guerra di Putin, dal ritiro della protezione americana, dalle guerre dei dazi, dalla virulenza dei nazionalismi sovranisti, dalla dipendenza negli approvvigionamenti energetici da un mondo ostile, dai ritardi sull’ intelligenza artificiale, sulla difesa comune, sul controllo comune dell’ immigrazione, da meccanismi decisionali vecchi che frenano le decisioni, dagli eccessi di burocrazia.
Fattori esogeni ed endogeni, come si vede, ove i primi mettono a nudo le debolezze del modello di Europa sin qui realizzato in un pur glorioso e straordinario percorso.
Nei principali paesi europei l’ Europa è sotto l’attacco delle destre nazionaliste, talvolta di impronta nazista o fascista, da rigurgiti anti-europei e anti-sionisti in frange populiste della sinistra, e della ignavia di governi di centro-destra che, in modo meno eclatante e “ dall’ interno”, professano una politica euro-scettica, non meno pericolosa per la sopravvivenza stessa dell’ Europa.
Eppure il cammino dell’Unione europea, pur con gli arresti del referendum francese sulla costituzione comune nel 2004 e della Brexit del 2006, ha garantito settanta anni di prosperità e di pace, il benessere dei propri cittadini, la crescita di generazioni europee, una moneta forte, la pronta reazione alla pandemia e all’aggressione di Putin a fianco dell’ Ucraina, un modello di vita invidiato nel mondo.
Si tratta ora di comprendere, in primo luogo, se vogliamo proseguire su questo cammino o se intendiamo arrenderci. È questo il primo e vero tema dell’ agenda politica.
Ma ve ne sono anche altri e queste pagine si soffermano sulla necessità per l’ Italia della costruzione di una proposta politica nuova, un’ “Alleanza riformista”, per le elezioni politiche del 2027.
Può apparire difficile, e forse anche curioso, festeggiare l’anniversario della nascita della Margherita, a 25 anni dalla sua nascita formale, in un tempo politicamente così diverso e attraversato da travolgenti e profonde trasformazioni.
Eppure la vocazione della Margherita, che fu da subito accompagnato nel nome da Democrazia è Libertà, uno dei motti politici più belli mai coniati e di stringente attualità, riecheggia sempre più nell’attualità politica.
Nelle intenzioni di allora si trattava di unire, nella scena della Seconda Repubblica e del bipolarismo imposto dalla scelta maggioritaria e dall’iniziativa di Berlusconi, le tradizioni politiche del cattolicesimo popolare, della cultura liberal-democratica, della legalità, dell’ambientalismo, del riformismo pragmatico degli amministratori locali, nella direzione di un contenitore più ampio, l’ Ulivo, un soggetto nuovo, forte, un simbolo dalle molte radici, tra cui quelle del socialismo democratico e post-comunismo italiano, nella prospettiva della nascita del Partito Democratico.
Oggi la fase attuale, che certo si presta a differenti letture non solo della scena geo-politica ma anche delle trasformazioni maturate nel campo del centro-sinistra, richiama con forza l’esigenza di tornare su quella esperienza di successo per riprendere la stessa ispirazione, lo stesso cammino, per ampliare, rafforzare e rendere credibile la sfida alle destre per il governo, tenendo conto della nuova realtà che lascia intravvedere i segni delle difficoltà dell’alleanza PD-M5S-AVS ad interpretare una convincente proposta di governo a causa delle incrostazioni populiste e massimaliste e da una certa chiusura nei confronti delle esigenze e delle dinamiche sociali più innovative.
Come si dice in gergo tecnico, se allora il confronto era tra Centro-Sinistra e Centro-Destra oggi, in ossequio ad un malinteso radicalismo, le cose sembrano rappresentate da un conflitto tra Destra e Sinistra e sembra svanito, o assai ridotto, lo spazio politico centrale della condivisione e della convergenza sui grandi temi del Paese, del dialogo democratico, indispensabile per la qualità delle politiche di governo. Predomina ora il bi-polarismo conflittuale (“mai con la destra, mai con la sinistra”) e, secondo taluni, il “bi-populismo”.
Noi ulivisti abbiamo, a quel tempo, profuso molte energie per l’abolizione del trattino che separava i sostantivi Centro e Sinistra: oggi a molti sembra che sia tornata la necessità di ripristinare quel trattino, di allargare i confini della coalizione, di offrire una proposta nuova e innovativa, basata sulle ragioni dell’ alleanza tra forze pur diverse.
La legge elettorale approvata dal Senato, piena di dubbi di costituzionalità, spinge in questa direzione, essendo la scommessa del fallimento della soglia del 42% ed il ritorno ad un esito da proporzionale puro, oggettivamente assai rischiosa.
Dunque : Dividersi per unire?
Anche questo fu uno slogan importante e di successo di quegli anni, che merita di essere ricordato, uno slogan de I Democratici già nelle elezioni europee del 1999.
Come ormai si legge nelle stesse pagine della cronaca politica, che si è fatta storia, “i Democratici” è stato un movimento politico italiano ideato da Romano Prodi e Arturo Parisi e fondato il 27 febbraio 1999, come strumento per favorire la nascita in Italia, nel contesto de L'Ulivo, di un unico soggetto politico riformista, sul modello bipolare, con un esplicito riferimento, già nel nome, a quello esistente negli Stati Uniti d'America. Il simbolo del partito era non a caso l'asinello, lo stesso storico simbolo del Partito Democratico statunitense.
Dopo il lusinghiero risultato del 7,7% ( oltre 2,4 milioni di voti) nel debutto alle elezioni europee del 1999, e un vivace Congresso tra le componenti dei Comitati per l’Ulivo, Italia dei Valori e il movimento dei sindaci denominato Centocittà, l’Assemblea nazionale dei delegati del primo congresso, svoltosi a Venezia nel gennaio del 2000, ha eletto l’Esecutivo nazionale composto da Arturo Parisi, presidente, Paolo Gentiloni, Antonio La Forgia, Marina Magistrelli, Pierluigi Mantini, Andrea Papini e Rino Piscitello.
Da qui hanno preso le mosse, sotto la guida di Romano Prodi all’epoca presidente della Commissione Europea, le trame unitarie per la costruzione della Margherita, della lista Uniti nell’Ulivo, infine del Partito Democratico.
Merita di essere ben evidenziato il prezioso ruolo svolto, a partire dai territori, dal movimento chiamato Cento-città , movimento politico che ha riunito principalmente i sindaci di centro-sinistra delle maggiori città italiane. Principali animatori di Cento-città furono Ermete Realacci, che del movimento fu anche segretario, Enzo Bianco, Maurizio Fistarol, Francesco Rutelli, Massimo Cacciari, Guglielmo Minervini, Paolo Gentiloni, Marianna Fragalà, Donato Renato Mosella. Alla sua fondazione partecipò anche l'associazione ambientalista Legambiente.
Fondato il 3 novembre 1998, si sciolse pochi mesi dopo, il 13 febbraio 1999, per confluire nel movimento de “i Democratici”, condividendo il progetto di fondere in un unico soggetto trasversale le culture cristiano-sociale, liberale e socialdemocratica.
A “I Democratici” aderirono anche la Rete di Leoluca Orlando e l’Unione Democratica di Antonio Maccanico e personaggi politici vicini a Romano Prodi, indipendenti o provenienti prevalentemente dal Partito Popolare Italiano (tra questi Franco Monaco, Albertina Soliani, Paolo Costa, Paolo De Castro) o da Rinnovamento Italiano (tra cui Augusto Fantozzi, Gianni Rivera, Natale D’Amico, Carla Mazzuca) o da esperienze laiche democratiche come Willer Bordon e tecnico amministrative come Enrico Micheli e Giulio Santagata.
A livello europeo “i Democratici” furono affiliati al Partito dell’Alleanza dei liberali e dei democratici per l’Europa.
Come noto nel 2001, in occasione delle elezioni politiche di quell'anno, con Francesco Rutelli candidato premier, “i Democratici” raggiunsero un'intesa con il Partito Popolare Italiano, guidato da Franco Marini e Pierluigi Castagnetti, Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini e l'UDEUR di Clemente Mastella per la presentazione di una lista comune, denominata appunto “La Margherita-Democrazia è Libertà”.
Un anno più tardi, la lista è divenuta a tutti gli effetti un partito (ne restò fuori solo l'UDEUR di Mastella e, già nel 2000, Italia dei Valori contraria al sostegno al governo Amato bis, considerato da Di Pietro reo di vicinanza a Bettino Craxi).
Così dal 3 marzo 2002 i propositi de “I Democratici” vennero portati avanti all'interno della nuova formazione, considerata come un passo avanti verso l'aggregazione di tutte le forze nella prospettiva dell’Ulivo.
Come i meno giovani ricordano, Democrazia è Libertà - La Margherita è stato un partito politico riformista e centrista, guidato, per tutta la fase di attività, da Francesco Rutelli.
Il partito nacque come lista elettorale nel 2001 e ufficialmente come partito nazionale nel 2002 dall'incontro in un unico soggetto centrista di forze politiche e culture legate all’ispirazione liberal-democratica al liberalismo sociale, alla socialdemocrazia e al cristianesimo sociale, con all'interno un'area di riferimento per l'associazionismo ambientalista e una convinta ispirazione europeista.
La Margherita è stata come noto uno dei fondatori del nuovo Ulivo e, in seguito, della coalizione denominata L'Unione, che ha raggruppato i partiti del centro-sinistra italiano dal 2004 al 2008.
A partire dall’Ulivo il partito ha rafforzato la collaborazione con i Democratici di Sinistra dando origine, nel 2007, al Partito Democratico.
Dal 2007, dunque, il partito ha concluso la sua attività politica, dal momento che i suoi esponenti avevano aderito al PD, per essere poi sciolto ufficialmente nel 2012.
A livello internazionale era membro dell'Alleanza dei Democratici Americani ed Europei e a livello europeo del Partito Democratico Europeo, di cui è stata cofondatrice.
Anche la cronaca delle origini ha una sua importanza, non solo per l’onore della memoria, ma perché il dettaglio della volontà unitaria di allora dovrebbe essere utile all’oggi.
Il 3 ottobre 1998 Lorenzo Dellai, segretario provinciale del Partito Popolare Italiano (PPI) di Trento, decide di partecipare alle elezioni regionali del Trentino-Alto Adige del 1998 fondando la lista Civica - per il governo del Trentino o Lista Civica della Margherita.
La lista venne anticipata dal Centro Popolare Riformatore in occasione delle elezioni regionali in Friuli-Venezia Giulia del 1998, qualche mese prima: una lista unitaria di PPI, Unione Democratica per la Repubblica, Rinnovamento Italiano, Partito Repubblicano Italiano e Slovenska Skupnost.
L'idea alla base della lista è quella di rilanciare L'Ulivo di Romano Prodi attraverso una lista civica provinciale che fosse un mix di sindaci, PPI, Comitati per l'Ulivo e liste civiche d'ispirazione cattolica, peraltro vicine al sindaco di Venezia Massimo Cacciari.
L'incredibile successo della Margherita trentina, il 22% e maggioranza relativa con 8 consiglieri su 35, ha portato Dellai ad essere eletto presidente della Provincia autonoma di Trento.
Con la quasi contemporanea caduta del governo Prodi I, a non pochi centristi parve quella della Margherita la via migliore per rilanciare L'Ulivo e le forze di centro all'interno del centrosinistra.
Alle elezioni amministrative del 1998 di Trento la Margherita supera il 33% e porta lo schieramento di centrosinistra alla maggioranza assoluta.
Si pensò così di estendere il modello Margherita a tutta l'Italia in occasione delle elezioni regionali del 2000 coinvolgendo oltre al PPI anche Rinnovamento Italiano, l'UDEUR e I Democratici. Ma la cosa sfumerà, salvo in poche realtà come in Veneto, dove si presenterà una lista unitaria a sostegno di Massimo Cacciari formata da PPI, Democratici, RI e UDEUR denominata Insieme per il Veneto. In contemporanea alle regionali, in Trentino si svolgono le elezioni comunali che, in controtendenza nazionale, vedono vincere il centrosinistra grazie all'enorme successo della Margherita di Dellai. A questo punto si decise di riprendere più seriamente il progetto per una Margherita nazionale.
Il 1º giugno 2000 il PPI lancia un invito a realizzare una costituente di centro. In quell'occasione Enrico Letta spinge perché tale costituente prenda a modello la “Margherita trentina”.
Il 27 luglio nasce “Una scelta per l'Italia”, un patto federativo tra PPI, RI e UDEUR che vuole essere il primo passo verso un soggetto politico unico di centro.
Il 10 settembre Arturo Parisi a Lavarone, presso un convegno organizzato dal PPI veneto, annuncia l'adesione de “I Democratici” al progetto unitario di centro.
L'11 ottobre nasce ufficialmente La Margherita.
All’inizio, però , si tratta soltanto di un'esperienza elettorale in vista delle elezioni politiche del 2001, che vedrà confluire, nella quota proporzionale per l'elezione della Camera dei deputati, nelle liste della Margherita i quattro simboli del PPI, guidato in questa fase da Pierluigi Castagnetti, di Rinnovamento Italiano di Lamberto Dini, dei Democratici di Arturo Parisi e dell'UDEUR di Clemente Mastella. Il progetto si pone come lista di riferimento dello stesso candidato Premier Rutelli.
Questo progetto di Margherita nasce, dunque, il 14 ottobre 2000, quando le segreterie dei partiti danno il via libera alla costruzione di liste unitarie.
La nascita viene salutata con grande entusiasmo dagli ambienti del centrosinistra e la Margherita si candida a diventare il punto di riferimento per i riformisti moderati della coalizione.
Il 28 gennaio 2001, Francesco Rutelli viene nominato presidente della Margherita e sarà candidato premier della coalizione dell’ Ulivo sfiorando il successo, in una appassionata rimonta nei pronostici elettorali contro il leader della Casa delle Libertà, Silvio Berlusconi, con Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti e Italia dei Valori di Antonio Di Pietro fuori dalla coalizione ( si votò con il sistema misto collegi-proporzionale del cd. “Mattarellum”).
Nonostante la rimonta, alle politiche del 2001, tuttavia, la coalizione dell'Ulivo esce sconfitta ma la Margherita ottiene un risultato elettorale soddisfacente, il 14,5% dei consensi, e Rutelli decide di perseguire il progetto di semplificazione del quadro politico, lanciando l'idea di un vero e proprio partito unitario della Margherita, che superi la semplice esperienza elettorale, intesa finora come federazione di partiti. La decisione, che convince larga parte della Margherita, si concretizza soprattutto alla luce della condizione di opposizione, che spinge la Margherita, e gli altri soggetti principali della coalizione come i Democratici di Sinistra, a ricostruire dall’opposizione un'alternativa di governo credibile per il centrosinistra.
Come risulta dalle cronache politiche, favorevoli a sciogliersi all'interno della Margherita sono il PPI, Rinnovamento Italiano e i Democratici. L'Udeur, invece, preferisce proseguire la sua strada autonomamente collocandosi in una posizione più marcatamente di centro, sostenendo di non essere interessata al progetto unitario, che assumerà i caratteri complessivi di una formazione vera e propria di centrosinistra, con lo scopo di aprire un dialogo per allargare il proprio consenso e già con l'obiettivo di superarsi in vista della nascita di un unico grande partito del centrosinistra, il Partito Democratico, proseguendo un progetto che Prodi aveva avviato già nel 1999 con il suo partito dell'Asinello.
Così, il 10 e l'11 dicembre 2001, si avvia a Rocca di Papa il Comitato Costituente della Margherita che sfocia, dal 22 al 24 marzo 2002, nel vero e proprio Congresso Costituente del nuovo partito, che si svolge a Parma ed elegge Rutelli Presidente Federale del partito. Nella Margherita si incontrano le correnti cattolico/popolari di centro-sinistra accanto a nuove istanze della socialdemocrazia e della liberal-democrazia, come viene espressamente scritto nella Carta dei Valori redatta in questa circostanza.
La Margherita, dall'opposizione del governo di centrodestra, un’ opposizione dura ma nel contempo sempre propositiva, lavora per ricomporre l'unità del centrosinistra, evidenziando i fallimenti della politica berlusconiana e della CdL. Contemporaneamente, il partito lavora per la discesa in campo di una nuova leadership dell'Ulivo, incarico che viene affidato a Romano Prodi, nel frattempo presidente della Commissione europea. Prodi aveva già battuto Berlusconi alle elezioni politiche del 1996 e viene individuato come un'adeguata alternativa da schierare per le future elezioni.
Prodi rompe gli indugi nell'estate del 2003 quando, in vista delle elezioni europee del 2004, propone a tutti i partiti della coalizione di presentarsi sotto un unico simbolo: quello dell'Ulivo. La Margherita è disponibile ad aderire all'appello ma, nella coalizione, non la pensano tutti così: dicono sì i Democratici di Sinistra, Socialisti Democratici Italiani e Movimento Repubblicani Europei sono favorevoli, mentre gli altri preferiscono presentarsi con la propria identità individuale.
Nasce così la lista elettorale Uniti nell'Ulivo, che si presenta con l'obiettivo di sviluppare il riformismo in Italia e in Europa. Alle elezioni europee del 2004, la lista conquista il 31% dei consensi e, tra gli eletti, gli eurodeputati della Margherita sono sette. In sede di Parlamento europeo la Margherita, che si presenta per la prima volta come partito unitario a una elezione di estensione nazionale, deve fare i conti con le rispettive famiglie di provenienza delle sue componenti.
Prima della nascita della Margherita, infatti, il PPI aderiva al Partito Popolare Europeo, la principale famiglia politica europea formata da democristiani, conservatori e liberali, mentre I Democratici e Rinnovamento facevano parte del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori, ossia il raggruppamento d'ispirazione liberale e, in larga parte, progressista.
Dunque, con l'obiettivo di mantenere fede al progetto di creare una nuova famiglia europea, la Margherita decide di non aderire né all'una né all'altra formazione, ma di fondarne una nuova, già guardando con interesse al modello del Partito Democratico americano, giudicato come contenitore ideale per forze che si richiamano al centro e alla sinistra. Così, insieme con l'Unione per la Democrazia Francese, partito riformista di centro guidato da François Bayrou, i DL danno vita a un nuovo partito europeo, il Partito Democratico Europeo, che, con il Partito dell'Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa, forma il gruppo politico dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa.
Di fatto, però, si ripropongono divisioni rispetto all'altro soggetto principale della coalizione italiana, i DS, che, insieme con gli SDI, aderiscono al Partito del Socialismo Europeo. Al di là delle difformità in sede europea, i partiti della lista unitaria, in Italia, avviano una politica di convergenza, anche se, in taluni circostanze, non è semplice ricondurre alle posizioni unitarie l'area più a sinistra dei DS.
Dopo l'esperienza delle Europee, certamente positiva, tra i partiti nasce la prospettiva di costituire una vera e propria Federazione dell'Ulivo, proposta che viene approvata e sostenuta dalla Margherita, alla quale vengono delegate competenze specifiche di alcuni settori, tra i quali la politica estera. All'interno di essa la Margherita conta 4 (compreso il segretario nazionale) dei 12 componenti della presidenza. Del progetto fanno parte gli stessi soggetti che avevano aderito a Uniti nell'Ulivo.
Intanto la coalizione del centrosinistra si allarga definitivamente, incorporando anche quei partiti (Rifondazione Comunista e Italia dei Valori) che ne erano rimasti fuori, e acquisisce la nuova denominazione di L'Unione, dopo aver provvisoriamente adottato per circa quattro mesi il nome di Grande Alleanza Democratica.
A maggio 2005, sulla Federazione dell'Ulivo cala un certo gelo.
Le resistenze sulla costituzione di una formazione unitaria a livello europeo, il buon risultato ottenuto dalla Margherita alle elezioni regionali e la convinzione di poter sottrarre più voti al centro-destra, spingono il partito a rifiutare la proposta di Romano Prodi di presentarsi con la lista unitaria anche alle Politiche del 2006. Questa scelta provoca un acceso dibattito all'interno del partito: all'assemblea nazionale, tenuta all'indomani delle elezioni regionali, Rutelli propone di correre autonomamente col simbolo della Margherita e la sua mozione conquista circa l'80% dei voti dei delegati.
In questo quadro la Margherita, si articola in due componenti principali: i sostenitori di questa prima posizione (i centristi) e chi, invece, è favorevole a un rafforzamento dell'Ulivo (i cosiddetti ulivisti guidati da Arturo Parisi). Questi ultimi minacciano in un primo momento di uscire dal partito, ma poi decidono di proseguire l'impegno per la nascita di un partito unitario di centrosinistra dall'interno della Margherita. Proprio per stemperare la tensione tra centristi e ulivisti nasce, all'interno delle posizioni centriste, un terzo gruppo detto dei “pontieri”.
Intanto, però, il progetto della Federazione dell’ Ulivo si sfalda, anche in seguito ai referendum sulla procreazione medicalmente assistita che si svolgono a giugno 2005: i DS e gli SDI sono per il sì all'abrogazione della legge varata dal Governo Berlusconi; nella Margherita, pur lasciando libertà di coscienza ai propri elettori, prevale la posizione dell'astensione (annunciata, a livello personale, dallo stesso Rutelli) anche a seguito dell'appello lanciato ai cattolici in tal senso dalla Conferenza Episcopale Italiana. Alla fine il referendum fallisce: il quorum non viene raggiunto, va al voto solo il 25,6% degli elettori.
La posizione della Margherita inasprisce i rapporti con gli SDI, che dà una sterzata nel verso della laicità. Il segretario Enrico Boselli accusa la Margherita di clericalismo e abbandona la Federazione dell'Ulivo per dedicarsi a un altro progetto, socialista e radicale, che poi si concretizzerà nella Rosa nel Pugno.
La decisione di non presentare la lista unitaria alle elezioni politiche spinge Romano Prodi a rilanciare la proposta di organizzare elezioni primarie per scegliere "ufficialmente" il candidato premier dell'Unione e dare, così, allo stesso una maggiore autonomia rispetto ai partiti. Le primarie si svolgono il 16 ottobre 2005 con sette candidati: la Margherita, come gli altri partiti già coinvolti nella Federazione dell'Ulivo, sostiene la candidatura di Prodi che si impone con il 74,1% dei voti, ricevendo l'investitura di candidato premier della coalizione.
Il presidente Rutelli, preso atto dell'elevato numero (4 300 000) di cittadini che hanno preso parte alle elezioni primarie e dell'ampio consenso ottenuto da Romano Prodi, rivede la decisione di non presentare la lista dell'Ulivo alle Politiche, proponendo, anzi, all'assemblea nazionale del partito il rilancio della lista unitaria e proponendo come vincolo l'inizio del processo di costituzione di un vero e proprio partito unico, il Partito Democratico.
L'accordo viene sancito il 27 e 28 ottobre 2005, quando l'assemblea federale del partito approva all'unanimità la relazione di Rutelli che sostiene:
«L'Assemblea Federale impegna il partito a promuovere una lista unitaria alla Camera dei Deputati, basata innanzitutto su un'intesa tra DS e DL e guidata da Romano Prodi. L'Assemblea Federale impegna altresì il partito a presentare proprie liste al Senato, confermando così una presenza autonoma indispensabile nel corso della costruzione dell'ambizioso progetto unitario del Partito Democratico.»
L'intesa tra DS e DL, favorevole anche il MRE, dunque si concretizza.
Nelle elezioni politiche del 2006 il centrosinistra prevale per poche migliaia di voti alla Camera dei deputati, dove ottiene il 49,81% dei consensi contro il 49,74% della CdL. Al Senato, dove la lista unitaria dell’ Ulivo alla Camera prende più voti delle liste divise presentate al Senato, si rivela determinante il voto della circoscrizione Estero, che consente all'Unione - pur avendo conseguito meno voti della CdL - di ottenere due seggi in più.
Il risultato elettorale della Margherita è in lieve flessione: il partito ottiene al Senato 3,6 milioni di voti (10,7%) posizionandosi come il quarto partito italiano, alle spalle di Forza Italia, DS e AN.
Si può osservare che a influire sul risultato della Margherita hanno contribuito, in parte, anche le determinazioni di due presidenti regionali, del Friuli-Venezia Giulia e della Calabria, Riccardo Illy e Agazio Loiero e dell'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando che, in polemica con i vertici del partito, hanno supportato altre formazioni.
I risultati elettorali, e il fatto che il simbolo dell'Ulivo abbia raccolto più voti della sommatoria DS-DL, secondo le tesi degli “ulivisti”, pone come tema centrale la costituzione del grande partito unitario, il "Partito Democratico", tant'è che a livello parlamentare viene già costituito un unico gruppo di deputati e senatori, il gruppo dell’ Ulivo.
Nasce nel 2006 il secondo governo Prodi, in un contesto elettoralmente debole e sulla scorta della coalizione dell’Unione e del “famoso libro giallo del programma”, con la presenza di forze eterogenee ( da Mastella a Rifondazione comunista e Italia dei Valori).
La rappresentanza della Margherita nel Governo Prodi II è formata da 8 ministri (tra cui un vicepresidente del Consiglio) più 3 viceministri e 16 sottosegretari.
Francesco Rutelli viene nominato vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni e attività culturali; Enrico Letta è segretario del Consiglio dei ministri; Arturo Parisi è ministro della Difesa; Giuseppe Fioroni è ministro della Pubblica istruzione; Paolo Gentiloni è ministro delle Comunicazioni; Linda Lanzillotta è ministro per gli Affari regionali e le autonomie locali; Giulio Santagata è ministro per l'Attuazione del programma di governo; Rosy Bindi è ministro delle Politiche per la Famiglia. I viceministri sono: Franco Danieli agli Affari Esteri, con l’attivo Sottosegretario Gianni Vernetti, Roberto Pinza all'Economia e Sergio D'Antoni allo Sviluppo Economico.
Il governo va incontro a una prima crisi nel febbraio 2007, quando Prodi rassegna le sue dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo che al Senato era stata bocciata la relazione sulla politica estera (con particolare riferimento alla presenza italiana nelle forze NATO operanti in Afghanistan). Tuttavia, dopo tre giorni e dopo le formali consultazioni politiche, il Capo dello Stato respinge le dimissioni del Governo e lo invita a presentarsi alle Camere che ri-confermano la fiducia chiudendo la crisi.
Sul piano politico, la costituzione del Partito Democratico è stato l'argomento centrale del II Congresso della Margherita, dal 20 al 22 aprile 2007 a Roma. Inizialmente Arturo Parisi e Willer Bordon presentano una mozione autonoma e fortemente ulivista, intitolata “Ulivisti per il Partito Democratico”, nella quale si auspica un veloce scioglimento del partito, per prevenire la possibilità che il PD si identifichi con una federazione DS-DL, quando invece ritengono necessario un vero e proprio partito unico.
Di conseguenza, l'area centrista vicina al segretario Rutelli decide di presentare anch'essa una propria mozione: da un'analisi, tuttavia, i gruppi dirigenti della Margherita si rendono conto che non esistono differenze notevoli nell'impostazione se non sulla gradualità di avvicinamento al PD e sulla collocazione europea del nuovo soggetto, con i centristi contrari all'adesione al PSE e gli ulivisti possibilisti.
Si arriva così a presentare una mozione unitaria che prevede la riconferma della leadership di Rutelli e chiede la nascita del nuovo soggetto politico entro il 2008, data sulla quale esiste anche la convergenza dei DS, nel frattempo impegnati in una parallela assise congressuale ma con divisioni interne più marcate, soprattutto da parte dell'area più a sinistra che si schiera contro la nascita del PD.
Nell'estate 2007, la Margherita dà vita alla fase costituente del Partito Democratico, insieme con i DS, le altre formazioni minori ed esponenti che decidono di aderire al nuovo partito di centrosinistra a titolo individuale. Vengono predisposte le regole per l'elezione dell'Assemblea Costituente del PD attraverso il metodo delle primarie, già sperimentato in passato per l'individuazione della leadership dell'Unione.
La data delle elezioni primarie è fissata al 14 ottobre 2007, data di nascita ufficiale del nuovo partito. A tale scopo viene costituito un "Comitato 14 ottobre", composto da 45 rappresentanti politici e della società civile: tra di essi, 15 sono i componenti provenienti dalla Margherita.t
A seguito di una serie di confronti tra le anime del nascente PD, viene individuato in Walter Veltroni, sindaco in carica di Roma e dirigente di primo piano dei DS, il candidato designato alla guida del nuovo partito, sostenuto dalla larga parte della Quercia e da ampi settori della Margherita, affiancato, in ticket, da Dario Franceschini, già presidente dei deputati dell'Ulivo.
Veltroni presenta la sua candidatura il 27 giugno 2007 in un discorso al Lingotto di Torino, sottolineando i quattro temi chiave del nuovo partito: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza.
Ma se i DS si presentano in maniera largamente più omogenea, il dibattito interno alla Margherita è più vivace, soprattutto per la contrarietà degli ulivisti al fatto che ci sia un'unica candidatura di spicco, considerata in contraddizione con i metodi innovatori che il PD si propone di portare nella politica italiana. A distanza di qualche settimana, si candidano alle primarie altri due esponenti di spicco della Margherita: il ministro della Famiglia Rosy Bindi, sostenuta anche da Arturo Parisi e da una parte degli ulivisti prodiani, e il sottosegretario Enrico Letta.
Rosy Bindi si presenta con un manifesto dal titolo “Partito democratico davvero” che sottolinea i temi della pluralità, di un bipolarismo maturo, la legalità, la pace, le donne. Enrico Letta annuncia la sua candidatura via web con un video messo in rete su YouTube nel quale lancia la sfida dei quarantenni.
Nel frattempo, alla vigilia delle primarie, Lamberto Dini esce dalla fase costituente del PD lanciando il suo movimento dei Liberal Democratici. Anche Willer Bordon, contrario ai metodi costituenti del nuovo partito, fonda l'Unione Democratica.
Il confronto a cinque durante le primarie viene vinto da Walter Veltroni che, con il 75,81% delle preferenze su una partecipazione totale di 3.517.370 elettori, venne eletto segretario del Partito Democratico. Rosy Bindi arriva seconda con il 12,93%; poi Enrico Letta con l'11,02%.
Con la nascita del PD si conclude l'esperienza politica della Margherita, ma il partito, come associazione, continua a esistere legalmente fino al 2012, data del formale scioglimento. Da esso il Partito Democratico ha inoltre ereditato l’attuale sede nazionale.
Nel 2008 si conclude, con elezioni anticipate e la fine della XV legislatura, l’esperienza del secondo governo Prodi, nato elettoralmente debole e con una maggioranza eterogenea e litigiosa.
La scintilla fu, come noto, l’inchiesta penale con gravi provvedimenti cautelari nei confronti del partito e della stessa famiglia dell’ allora ministro della giustizia Clemente Mastella, risoltasi in nulla.
Ma la decisione ebbe il sostanziale consenso del segretario del Partito Democratico.
Il resto è cronaca politica più recente su cui non è questa la sede per soffermarsi.
La nascita del terzo governo Berlusconi, la grave crisi finanziaria del 2010 con l’Italia sotto attacco dei mercati e lo spread alle stelle, la nascita del governo tecnico di Mario Monti, e in seguito, per quanto qui interessa, i successivi governi Letta, Renzi, Gentiloni, tutti caratterizzati, pur nelle diversità, da un elemento politico comune: il sostegno parlamentare di una parte, con denominazioni differenti, dell’area moderata del Centro-destra.
È un fatto, troppo spesso dimenticato o sottovalutato che, dalla risicata vittoria elettorale del 2006, il Centro-sinistra e lo stesso Partito Democratico hanno guidato una significativa fase di governo e di riforme in Italia solo grazie al sostegno di una parte del Centro-destra.
Un dato politico oggettivo, su cui riflettere meglio, cui si è poi aggiunta in seguito la fase non brillante dell’alleanza cd. “giallo- rossa” del governo Conte 2 e, a nostro avviso, la più felice collaborazione con il governo Draghi.
In questo contesto si è realizzata l’ascesa politica del giovane Matteo Renzi che, prima da presidente di provincia e poi da sindaco di Firenze, ha partecipato all’esperienza della Margherita per poi assumere, in un travolgente percorso, la guida del Partito Democratico e del governo in una stagione di riforme infrantasi nella sconfitta al referendum costituzionale del 2016.
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Questa lunga e (volutamente) dettagliata ricostruzione, come detto, non vuole essere solo un omaggio alla memoria di una rilevante fase politica della cd. “seconda Repubblica” che è appena alle nostre spalle.
Non è neppure una riflessione segnata dalla nostalgia, il cui etimo dal greco è “nostos” (ritorno) e algos (dolore).
Vuole essere invece, or che i tempi son cambiati e nei giorni simbolici del suo 25 esimo compleanno, un augurio gioioso alla nascita di una nuova e rinnovata Margherita 2027, un’alleanza riformista di ispirazione liberal-democratica e cattolico sociale una cultura, questa, più vitale di quanto non si creda poiché gli orrori delle guerre e le grandi sofferenze e ingiustizie umane rilanciano, anche nei più giovani, i valori della fratellanza.
Le ragioni sono evidenti, sotto gli occhi di tutti: il cd. “Campo-largo” non ha la forza di vincere da solo le elezioni politiche del 2027 e, soprattutto, la credibilità e la coesione politica per governare l’ Italia ed essere protagonista nella creazione degli Stati Uniti d’Europa.
Tra populismi, qualunquismi, manipolazioni e ingerenze di ogni tipo nell’arena digitale, occorre mettere ordine ripartendo, senza nostalgia ma anche senza vergogna, dalle radici delle culture politiche.
D’altronde la fase politica ripercorsa ci sta anche a ricordare che quando le alleanze di governo sono incoerenti, come fu per l’Unione nel secondo governo Prodi, funzionano male e durano poco.
Nella Carta dei principi della Margherita era scritto:
“Tra le nostre radici figurano: il popolarismo con la centralità che esso conferisce ai valori della persona, della famiglia e delle comunità originarie; la concezione liberal-democratica, che scommette sull'autonomia e sul protagonismo del soggetto; nonché la sensibilità socialdemocratica, che si fa carico dell'effettività e dell'universalità dei diritti di cittadinanza, e quella ambientalista, espressiva di un'attenzione sempre più matura alla sostenibilità e alla qualità dello sviluppo. Tale gene democratico e riformatore fa di "Democrazia è Libertà" un soggetto particolarmente sensibile, aperto e ricettivo verso ciò che di vitale scaturisce dai nuovi movimenti che sanno rivisitare i vecchi diritti e ne propugnano di nuovi, sfidando la politica a misurarsi con la vita quotidiana e con l'intero spettro dell'esperienza umana.
Noi non nascondiamo l'ambizione di ideare e praticare un riformismo declinato al futuro, affidato al protagonismo di persone, famiglie, associazioni, imprese, cioè dei soggetti che abitano la società civile, al riparo da derive stataliste e dirigiste. (...) In definitiva, una democrazia più ricca e un riformismo più moderno, perché affidati meno allo Stato e ai partiti e più agli attori sociali; o comunque affidati a partiti e istituzioni raccordati a una società civile fattasi adulta. (...) Libertà chiama democrazia non solo nella sua accezione politica, ma anche in quella sociale. Essa prescrive concrete politiche mirate all'uguaglianza e all'estensione delle opportunità. Nel segno della solidarietà e, insieme, della responsabilità. (...) Quello della legalità è un altro principio-valore cardine per "Democrazia è Libertà".
Laicità, fede religiosa e democrazia. Una democrazia che si identifica con la libertà comporta la "riduzione della politica allo stato laicale". Le esperienze democratiche più avanzate si sono storicamente avvalse del contributo delle fedi religiose, quando si è creato un ambiente socioculturale in cui è stato possibile effettivamente conciliare spirito religioso e spirito di libertà. Queste stesse esperienze mostrano come sia necessario annoverare, tra le fedi capaci di sostenere la dinamica democratica, tradizioni di pensiero laico e pragmatico che si sono sviluppate storicamente in rapporto con la tradizione culturale e spirituale giudeo-cristiana. Queste esperienze si oppongono sia alle degenerazioni ateo-assolutistiche che a quelle integraliste e fondamentaliste.
"Democrazia è Libertà" scommette sulla valorizzazione del rapporto fra credenti e non credenti nel solco del superamento degli "storici steccati". Tocca ai non credenti riconoscere che l'esperienza religiosa, lungi dall'essere un residuato storico destinato all'estinzione, può rappresentare un fermento che vivifica la vita democratica; tocca ai credenti riconoscere che le convinzioni religiose non possono essere imposte per legge a chi non le condivida e i valori che scaturiscono da una visione religiosa possono sì ispirare l'azione politica e legislativa, ma restano pur sempre distinti dall'ordinamento giuridico: la cornice delle norme deve rispettare il pluralismo delle convinzioni (…)”.
Questi principi non parlano di pandemia da covid, di PNRR, dell’invasione russa dell’ Ucraina, dell’ attacco all’Europa da parte di Putin e anche di Trump, di indipendenza energetica, dei rischi dell’ intelligenza artificiale e della forza dei cambiamenti climatici e neppure dei problemi della sicurezza e delle politiche di immigrazione necessarie a garantire nuova cittadinanza dinanzi al declino demografico. Non parlano neanche dei rimedi per innalzare i salari, per frenare la fuga dei giovani e garantire un lavoro “ buono”, ossia dei temi più urgenti dell’oggi.
Ma ci dicono però dei presupposti culturali, della definizione di un campo di valori politici per affrontare i problemi antichi e quelli nuovi nella tumultuosa fase storica che attraversiamo.
Ci indicano i riferimenti e i limiti di un’offerta politica in cui è possibile riconoscersi e identificarsi, anche nelle scelte elettorali.
Ci parlano dell’importanza di difendere l’idea di una democrazia “meticcia”, aperta al dialogo e all’ ascolto, sensibile ai cambiamenti, rigorosa nella difesa dei valori della persona, dei diritti umani, del ruolo dell’Europa nella scena globale, coltivando un riformismo moderno e pragmatico e rifuggendo estremismi e populismi.
La Margherita è stato un partito federale, “a rete”, nelle organizzazioni che componevano i suoi petali e nel territorio.
Quella esperienza può, e a nostro avviso deve essere, un riferimento solido e riconosciuto per costruire l’“Alleanza riformista”, comunque denominata, oggi necessaria al campo del centro-sinistra e all’Italia.
Un’Alleanza forte, convincente e vincente che certo non si fa dettare veti e agenda dal M5S che non appartiene a questa tradizione e può, se ne saranno verificate le condizioni, essere solo un alleato esterno.
La verifica attenta e pragmatica di queste condizioni è il tema politico dell’oggi.
Ma il presupposto indispensabile è la crescita su basi solide dell’Alleanza riformista attraverso un processo unitario, fatto di generosità e di responsabilità, che riunisca subito, in un nuovo soggetto politico, le forze più attive in questo campo a partire da Italia Viva-Casa riformista, +Europa, il partito Liberal-Democratico, i movimenti degli amministratori e civici guidati da Alessandro Onorato ed Ernesto Maria Ruffini, le reti politiche e sociali, tuttora attive, che diedero vita all’esperienza di successo della Margherita.
Come insegna quella esperienza, unire organizzazioni diverse e culture convergenti, è possibile, è vincente ed anche urgente.
La legge elettorale, come noto, pone una barriera (sebbene di dubbia costituzionalità) del 10% di voti per la rappresentanza delle coalizioni tra partiti e movimenti, con l’ulteriore limite che una lista coalizzata abbia comunque ottenuto almeno il 3% dei voti.
Dunque non è possibile, quanto meno non conveniente, seguire questa strada: occorre costituire con urgenza, generosità e lungimiranza un soggetto politico unitario per le elezioni politiche del 2027.
Questo appello riguarda ovviamente anche Azione che ha molte ragioni per coltivare la propria autonomia e per rifiutare la morsa del “ bi-populismo” ma non può affidare tali ragioni alla rischiosa scommessa del mancato raggiungimento da parte di alcuna delle coalizioni della soglia del 42% cui è legata il grande premio di cd. stabilità (un premio a nostro avviso incostituzionale in un regime parlamentare).
Il compito di realizzare con l’urgenza necessaria questo percorso spetta ai leader politici che devono saper rinunciare ad egoismi di parte e saper contare sulla presenza di una consistente area del Paese che attende di essere coinvolta da una nuova e seria proposta riformista all’altezza delle grandi sfide contemporanee.
L’ Europa deve diventare una potenza, come è spiegato nel bel libro di Paolo Gentiloni; la Difesa comune europea, essenziale, non può limitarsi alle spese del riarmo dei singoli Stati perché le guerre restano un orribile peccato e la fratellanza è il valore più vitale al quale ci ispiriamo ; l’autonomia energetica deve essere perseguita potenziando le fonti naturali di energia rinnovabili e il nucleare di nuova generazione; la sicurezza dei cittadini è un dovere primario dello Stato democratico; la vigilanza dei confini è competenza degli Stati e dell’Europa e non dei trafficanti e va garantito il flusso regolare dei migranti per promuovere nuova cittadinanza, legale e formata; lo sviluppo vorticoso dell’intelligenza artificiale impone regole e inedite misure per la protezione della persona umana e le transizioni nell’organizzazione del lavoro; gli eurobond, sul modello PNRR e senza frammentazioni eccessive, devono incentivare lo sviluppo produttivo e comuni mercati europei nei settori a più alta competitività ( secondo i rapporti UE di Draghi e Letta) ; le politiche fiscali possono e devono favorire il “rientro dei nostri giovani” e il “ lavoro buono”; il territorio del nostro Bel Paese deve essere rigenerato e messo in sicurezza : sono solo pochi ma sostanziali punti di un programma per le straordinarie sfide del nostro tempo che devono vedere il ruolo forte ed attivo dell’Alleanza riformista che l’Italia attende per uscire dalle spire di una politica conflittuale e impotente.
Pierluigi Mantini
