
La prima è che il giorno esatto della nascita politica è proprio oggi, 11 ottobre 2001, 25 anni fa, ed è bene rispettare l’anagrafe.
La seconda è per correggere un refuso: ovviamente la Brexit avvenne nel 2016 e non nel 2006 come erroneamente scritto. A proposito, i sondaggi segnalano un favore maggioritario per il ritorno del Regno Unito in Europa e ciò non solo è un buon auspicio ma può rappresentare anche l’occasione per il disegno di una Unione Europea “a doppio grado di integrazione” di cui sono mature le condizioni in una prospettiva federale.
Ma la terza ragione, più consistente, è costituita dall’ esigenza di aggiungere qualche considerazione a quella ricostruzione cronicistica del processo che portò alla nascita della formazione politica della Margherita nel 2001.
Chi scrive può farlo con la libertà di chi ha radicalmente rinunciato, già nel 2013, a qualsiasi ruolo o ambizione di rappresentanza politica e dunque da osservatore, sebbene informato dei fatti, e con il vantaggio di una qualche ruvida schiettezza.
Il primo punto che si può evidenziare è la carenza di cultura politica nell’attuale configurazione del Partito Democratico.
Certo, in venti anni il mondo è cambiato e non mi riferisco all’ assenza delle ideologie classiche ne’ di un pantheon degli antenati per quanto il passaggio da Einaudi, Moro, Nenni, Berlinguer (non andiamo oltre) ad Albanese, Ranucci e Ingroia possa apparire in effetti un po’ forte.
È che noi della Margherita, all’epoca e penso anche oggi, ci siamo sentiti “democratici meticci” ossia non privi di tradizioni ma figli, senza recinti, dell’ incontro tra quelle culture politiche, liberal-democratiche, popolari e socialiste, con l’incontro con l’ambientalismo pragmatico e le ragioni dei movimenti femministi e per la giustizia giusta e uguale per tutti, con l’Europa dell’euro di Prodi come imprescindibile riferimento.
Ci siamo proposti una “sintesi” non un “vuoto” di culture politiche in nome del radicalismo e del populismo.
Come Ulivo abbiamo inteso recuperare la matrice italiana e popolare del PCI, il patrimonio di capacità e di sensibilità amministrative formatesi nel dopoguerra, nonostante la sconfitta storica della dittatura sovietica e il fallimento senza appello di quella ideologia.
Certo, lungo questo percorso ci sono stati attriti con la “ditta” (definizione di Bersani) e non pochi litigi o incomprensioni in un processo politico complesso, ma la rotta era tracciata, chiara, ed avevamo la consapevolezza che attraverso ostinazione, generosità, rispetto reciproco e buone ragioni era possibile costruire una comune cultura, un progetto più grande utile al Paese.
A noi, ad esempio, non sarebbe mai venuto in mente di considerare la sicurezza dei cittadini come un tema da lasciare alla Destra.
Di cavalcare in nome dei “diritti” l’idea che una donna non debba essere chiamata “ madre” ma solo “persona che genera”, abolendo le identità biologiche e di genere e non solo.
Di non votare una legge contro l’antisemitismo confondendo l’attuale governo del corrotto Netanyahu alleato ad una Destra criminale, che sta compiendo stragi orribili a Gaza, con il rispetto per il popolo ebraico di Israele e la Shoa.
Di essere alleati con chi nega il pieno sostegno ai partigiani dell’Ucraina che combattono per la difesa della loro patria e dell’Europa.
Di predicare la divisione e il ripudio di Italia Viva e di Renzi dal campo largo o comunque da un’ alleanza del centrosinistra, un assurdo in sé, pur dinanzi alla nuova legge elettorale che costringe ad unirsi.
Di negare l’utilità, per quanto non sufficiente per il tempo presente, del nucleare di nuova generazione per contribuire all’autonomia energetica dell’ Italia.
E si potrebbe a lungo continuare anche se ciascuno dei pochi esempi fatti, ove approfondito, porterebbe in un baratro sconcertante di motivazioni volte a dichiarare irriconoscibile l’attuale linea politica del Partito democratico rispetto alle aspettative delle origini.
Non si può neanche dire che la “ditta”, espressione della linea P.C.I.-D.S. salvata dall’ Ulivo di Romano Prodi, si sia riappropriata del Partito perché, a ben vedere, l’ attuale segretaria e buona parte del gruppo dirigente non ha nulla a che fare con quella storia.
Con Giuseppe Conte siamo stati “compagni di banco” per oltre quattro anni al Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa tra gli anni 2014 e 2018, due professori eletti all’unanimità dalla Camera dei deputati di cui non facevo più parte.
Tengo per me le considerazioni di carattere personale.
Le circostanze sono state fortunate, è andato a Palazzo Chigi con l’ affidavit non irrilevante di un numero consistente di consiglieri di Stato che hanno consentito al suo primo governo un avvio credibile. È stato anche utile al Paese, durante gli anni del covid, poiché con il M5S al 32,4% e la Lega al 17, 3% poteva finire anche peggio.
Fece il suo primo atto politico, nel 2018, dichiarandosi “uno del Movimento”; il secondo, quando dichiarò i suoi riferimenti pugliesi alla figura di Aldo Moro; il terzo, alla Camera, quando mise con disinvoltura la mano sulla spalla del Salvini del Papete per dichiarare la fine del governo giallo-verde e così inaugurare l’inizio del governo giallo-rosso; il quarto, quando strinse il rapporto tra “Giuseppi” e il primo Trump; il quinto, quando sposò il pacifismo. Però ha anche avuto il merito di “degrillizzare” il Movimento e di assumerne saldamente la guida, un merito di non poco conto. Sotto la sua guida, il M5S è diventato un partito populista, cautamente anti-europeo, trasformista e apparentemente pragmatico. È diventato anche junior partner dell’ alleanza con il PD ma non se ne sono accorti in molti perché sembra in grado di dettare l’ agenda al partito maggiore.
Anche ora, nei frangenti delle manovre del “campo largo” per il candidato premier, Conte sembra giocare le carte migliori con il sostegno non dichiarato di una parte del PD.
Resta l’impressione complessiva che il cd. “campo largo”, come è ora, sia una compagine di opposizione più che di governo e che, in vista delle elezioni politiche del 2027, questo costituisca un serio problema.
La nuova legge elettorale, appena approvata, con tutti i dubbi di costituzionalità che dovranno essere chiariti dalla Corte, non lascia molti spazi ai distinguo tipici del regime proporzionale.
Si misureranno nei prossimi mesi le capacità del Partito democratico di esercitare il suo ruolo di guida della coalizione sia nella costruzione del programma di governo che nella composizione dell’ alleanza.
Il PD deve ritrovare ora le sue origini per vincere queste sfide ed essere utile all’ Italia e all’ Europa, non basterebbe attendere le urne.
Pierluigi Mantini
